La cultura gallurese e la mentalità dei suoi abitanti, forse anche per gli scambi che sempre si sono succeduti con la penisola e con la vicina Corsica, appare più aperta, più abituata alla frequentazione e al confronto con visitatori non isolani. E un fatto, così, che il periodo fra linizio della primavera e la fine dellestate sia rimasto fino ad oggi ad Olbia quello più legato allo svago, allevasione, al contatto allaria aperta, per motivi facilmente immaginabili. Le occasioni, nel piccolo mondo cittadino e gallurese, nel passato erano fatalmente unite ai ritmi lenti della produzione agricola e della vita pastorale. Dunque, ai primi raccolti ma anche alla fioritura e alla vendemmia settembrina al chiudersi della bella stagione. Accanto al calendario agricolo (meglio, insieme) a contare erano le ricorrenze religiose. Ciascuna sottolineata da una festività e, soprattutto, da piccole chiesette campestri che venivano e vengono ancora oggi, onorate da una processione.
Temi pagani e temi religiosi stanno insieme e caratterizzano tutte le sagre e feste Olbiesi; accanto alla celebrazione dei vespri e la processione del Santo, tutte le feste culminano con canti e balli tipici della tradizione locale. Dal punto di vista gastronomico, la parte del leone è occupata dalla carne: bollito misto, ma anche maialetti arrosto e salsicce per un pubblico che supera spesso il perimetro cittadino. Dopo i formaggi, si chiude con dolci sardi e lunghi brindisi di vino locale.